...Prima di dipartirci da codesta regione, converrà ricordare una storia degna di nota e di grande ammirazione, che i suoi indigeni si tramandano come retaggio degli avi, antica di molti secoli, secondo la quale certi giganti vi giunsero dal mare prendendo terra su quella che oggi è detta Punta di sant'Elena, e che così fu battezzata perché i primi spagnoli l'avvistarono appunto il giorno anniversario della santa. E, siccome degli storiografi spagnoli che accennano ai giganti Pedro Cienza de Leon è quegli che più ampiamente ne scrive, riportando le testimonianze da lui raccolte nella stessa provincia in cui i giganti vissero, mi è parso opportuno citarlo qui alla lettera; infatti, se è vero che il padre maestro Joseph de Acosta e il cronista Agustin de Zarate dicono le stesse cose, lo fanno in maniera assai sommaria. Ecco dunque quanto afferma Pedro Cienza, capitolo cinquantaduesimo:
"poiché in Perù corre fama dei giganti sbarcati sulla costa alla punta di Sant'Elena che si trova nel dipartimento della città di Puerto viejo (nell'odierno Ecuador), mi è parso bene dar notizia di quanto ne ho udito riferire senza prendere troppo sul serio il volgo e suoi detti, ché esso sempre ingrandisce ed esagera. Ordunque, narrano gli indigeni, in base a quanto udirono dai loro padri, ai quali a loro volta la voce era giunta dagli avi, che via mare erano arrivati, a bordo di zattere di giunco fatte a guisa di grandi barche, certi uomini di statura tale che uno di loro era alto dal ginocchio in giù quanto un uomo comune tutto intero, ancorché di buona statura e che le loro membra erano di dimensioni proporzionate a corpi così difformi, e che mostruosi ne apparivano i capi, tant'eran grossi, e che i capelli spiovevan loro sulle spalle. Sostenevano che gli occhi avevano dimensioni di ciotole. Erano glabri, alcuni di essi vestiti con peli di animali, altri con la pelle che natura diede a loro, né avevano donne con sé; e costoro sbarcati che furono sul promontori, dopo avervi creato uno stanziamento a guisa di villaggio (e ancora oggi gli indigeni conservano memoria del sito), poiché mancavano d'acqua scavarono, onde ovviare all'inconveniente, certi pozzi profondissimi, opera per certo degna di memoria, compiuta come fu da uomini così forti come è presumibile che fossero costoro, data la loro grandezza. E tali pozzi li scavarono nella roccia viva, finché giunsero nella falda acquifera, e non contenti ancora, penetrando con una galleria nel sasso, per modo che durassero molto a lungo, intere età; e se ne estrae acqua assai buona e salubre, e sempre così fredda che è un piacere berla.
"Ordunque, avendo costruito le proprie sedi, e disponendo dei pozzi o cisterne che s'è detto, ai quali attingevano l'acqua, codesti uomini smisurati o giganti che fossero si impadronirono di quanto c'era da mangiare nella contrada e su cui riuscivano a mettere le mani, al punto che sostengono che uno di loro divorasse più che cinquanta uomini nativi di quella terra; e, non bastando a sostenerli il cibo che trovavano, catturavano una gran quantità di pesci del mare mediante le reti e gli apparecchi di cui a tale scopo disponevano.
Erano assai odiati dagli indigeni perché per usare con le loro mogli le uccidevano e lo stesso facevano con gli uomini, per altre ragioni. E gli indiani non erano in numero sufficiente per uccidere questa nuova gente, venuta a occupare la loro terra e a togliergline la signoria; fecero, sì grandi raduni per discuterne, ma non osarono assalirli. Trascorsi alcuni anni, restando pur sempre codesti giganti nella contrada, vuoi perché mancassero loro le donne, e le indigene non si confacevano alle loro dimensioni, o vuoi perché si trattava di un vizio diffuso tra loro per consiglio e sobillazione del diavolo maledetto, sta di fatto che usavano a vicenda del sozzo peccato della sodomia, che è così grande e orribile, e lo commettevano pubblicamente e sorprendentemente, senza tema di Dio e con poco rispetto si sé stessi; e gli indigeni sono concordi nell'affermare che Dio nostro signore, non parendogli tollerabile peccato tanto malvagio, inviò loro un castigo a esso conforme; e dicono pertanto che, mentre tutti coloro che erano perdutamente dediti alla loro maledetta sodomia, ecco che venne fuoco dal cielo, terribile e spaventoso, che faceva gran frastuono, e dal suo mezzo uscì un'angelo risplendente con una spada affilatissima e che assai fulgeva, e con un solo colpo tutti uccise, e il fuoco li consumò, sì che non ne rimasero che poche ossa a calvaria, che a memoria del castigo volle Dio che restassero senza essere consumate dal fuoco. Questo dicono dei giganti e noi crediamo che così avvenne perché, nei luoghi che indicano, si son trovate e si trovano ossa grandissime, e ho udito dire dagli spagnoli che hanno visto frammenti di molari che, a loro giudizio, interi dovevano pesare più di una libra da macellai; e che avevano avuto sott'occhio un'altro frammento d'osso, questo di tibia che è mirabile a dirsi quant'era grande, e che è testimonianza dell'accaduto; e a parte questo, si possono vedere i siti in cui coloro costruirono i propri villaggi, nonché i pozzi ovvero le cisterne, Quanto all'affermare da che parte o per quale via i giganti vennero, no mi ci azzardo, poiché lo ignoro."
"In questo nostro anno 1550, ho udito dire, stando io nella Ciudad de los Reyes, che, essendo viceré e governatore della nuova Spagna l'illustrissimo don Antonio de Mendoza, sono stati quivi rinvenuti certi ossami di uomini, non meno grandi di quelli suddetti giganti; se non addirittura maggiori; e a parte questo ho udito prima ancora che nella Città di Messico, o in altra parte di quel regno, in un antichissimo sepolcro sono stati trovati ossami di giganti, e magari si trattò sempre degli stessi."
fonte:commentari reali degli inca di Garcilaso del la Vega, capitolo IX, pag. 899, ed. Bompiani,
anno 1609
Sostieni Civiltà antiche e antichi misteri...